Giovedì, 30 Aprile 2015 14:33

Quanto conta la reputazione?

“Nessuna tecnologia laser può cancellare un tatuaggio digitale”.

Il tema della reputazione on-line, personale o aziendale, è cruciale per chiunque si muova, per lavoro o per diletto, sul web. I social sono un’opportunità infinita ma i rischi, lo sappiamo, sono dietro l’angolo. Casi aziendali, anche recenti, insegnano. E inquietano!

In particolare per noi Italiani che, secondo un indagine di Fiorella Passoni, amministratore delegato di Edelman Italia, è emerso che siamo in testa alla classifica dei paesi europei piu' attenti alla nomea di un'azienda. Incrociando i risultati di due indagini e' emerso che il 45% degli italiani considera la reputazione dell'azienda, battendo di sei punti la media europea.

La reputazione è così importante che le nostre scelte vengono influenzate anche quando viene smentita con un esperienza diretta.

Lo ha dimostrato un'equipe del "Centro Interdipartimentale mente/cervello dell'Università di Trento". I ricercatori hanno testato la fiducia di 20 volontari nei confronti i persone sconosciute di cui avevano avuto solo alcune informazioni, più o meno buone. Lo hanno fatto attraverso il "gioco dell'investimento": ciascun partecipante doveva decidere se inviare o meno una somma di denaro a un secondo giocatore con cui non poteva comunicare; durante il trasferimento,la cifra veniva moltiplicata oer tre e colui che l'aveva ricevuta poteva scegliere se dividerla oppure no con il primo giocatore che aveva investito su di lui. Come previsto, gli "investitori" si lasciarono condizionare dalla reputazione per segliere a chi inviare la somma.

E' però soprendete che, in sedute successive del gioco, continuarono a basarsi su di essa, anche quando si era rivelata infondata: ad esempio, davano ancora fiducia a chi aveva una reputazione positiva anche se si era mostrato sleale, tenendo per sè tutto il denaro.

La reputazione positiva di un'azienda può avere, quindi, effetti impressionanti su più piani:

  • L'instaurazione di relazioni durature e profittevoli con il cliente, che dimostrerà maggior propensione all'acquisto;
  • Il miglioramento delle relazioni tra produttori, fornitori, grossisti e dei rapporti con media, comunità locali e istituzioni. Una buona reputazione dell'azienda impressiona positivamente tutti gli stakeholder, e rappresenta un vantaggio competitivo;
  • L'innalzamento del posizionamento verso il target identitario nella logica di aumentare l'interesse verso gli influencer, modificando positivamente la percezione nell'audience.

Secondo alcuni autori perché vi è una crescente tendenza dei consumatori a prediligere le imprese che si dimostrano sensibili a valori di tipo ecologico (per esempio utilizzando materiali ecocompatibili, uso di fonti di energia alternative), etico e sociale (per esempio sicurezza sul lavoro), molte aziende cercano esplicitamente di associare la propria immagine a questi valori per migliorare il proprio capitale reputazionale e ridurre il rischio reputazionale. Quest'ultimo punto dimostra che gli effetti di una reputazione di questo tipo, possono portare a vantaggi nel lungo termine per individui e ambiente. Secondo il noto economista George Stigler che trattava l'argomento già negli anni Sessanta, la reputazione sarebbe una forma di economizzazione del pensare, ed il suo valore si fonderebbe, di base, sulla ignoranza e sulla necessità di velocizzare le scelte, senza nessuna implicazione morale o etica.

Con questi presupposti, di sicuro una buona presentazione Aziendale è la base del successo!

L'immagine coordinata ben realizzata con un logo pulito e ben rappresentato, un buon sito Internet e l'utilizzo "corretto" dei vari Social Network, per divulgare e condividere al meglio la Mission Aziendale, sono gli strumenti, al giorno d'oggi, per "posizionare" la vostra attività al meglio in un mercato dispersivo e ormai saturo d'informazioni.

Oggi tutti sono capaci, con un pò di impegno e dedizione, a realizzare prodotti d'immagine per le Aziende, il problema reale è... affidereste mai la "reputazione" della Vostra Azienda ad un dilettante "solo" per risparmiare qualche euro?

La risposta migliore è sempre la più semplice, mio Nonno diceva sempre "Pane bene cottu, faghet bonu ruttu" (Pane ben cotto, fa buon rutto). Tutto il resto sono solo parole...

Pubblicato in SEO
Lunedì, 09 Marzo 2015 14:29

Conta veramente la “Lunghezza”?

Da quando Google ha cominciato ad aggiornare la sua logica di catalogazione degli indici, molti webmaster hanno ipotizzato che in linea generale le pagine, in particolare dei blog, con i contenuti “corti” siano penalizzate rispetto a quelle più estese che si posizionano meglio nel motore di ricerca. Per rispondere concretamente a questo dubbio dobbiamo fare un passo indietro e capire come viene valutata la qualità di un sito secondo Google.

L’algoritmo di Google ha il compito difficile di valutare la qualità di un sito, ma considerando che nessuno ha accesso libero alla piattaforma di Google per poter analizzare la "sua" logica, ci basiamo su ciò che è stato detto da Amit Singhal che ci invita a partire da queste 23 domande quando creiamo i nostri contenuti, come base portante di un ottima indicizzazione:

1. Ti fideresti delle informazioni incluse in questo articolo?
2. Questo articolo è scritto da un esperto o da un appassionato che conosce bene l’argomento, o è di natura superficiale?
3. Il sito ha articoli duplicati o ridondanti su temi identici o simili, con differenze solo leggere sulle parole chiave?
4. Ti sentiresti a tuo agio nel lasciare il tuo numero di carta di credito a questo sito?
5. L’articolo presenta errori di ortografia, di stile, o di fatto?
6. I temi rispecchiano il reale interesse dei lettori del sito, o il sito genera contenuti cercando di capire cosa potrebbe ottenere un miglior posizionamento sui motori di ricerca?
7. L’articolo fornisce contenuti o informazioni, report, ricerche e analisi originali?
8. La pagina fornisce un valore sostanziale rispetto ad altre pagine incluse nei risultati di ricerca?
9. Che tipo di controllo qualità viene fatto sui contenuti?
10. L’articolo descrive entrambi i lati di una storia?
11. Il sito è riconosciuto come autorevole nel suo ambito?
12. Il contenuto è prodotto in outsourcing, su larga scala, da un gran numero di persone, o distribuito su un gran numero di siti, in modo che le singole pagine o siti non ottengono la stessa attenzione e cura?
13. L’articolo è stato scritto bene, o sembra poco curato o prodotto in fretta?
14. Per una query relativa alla salute, ti fideresti delle informazioni di questo sito?
15. Sei in grado di riconoscere questo sito come una fonte autorevole, quando ne viene menzionato il nome?
16. L’articolo tratta il tema in modo completo o dettagliato?
17. L’articolo contiene un’analisi perspicace o informazioni interessanti che vanno al di là dell’ovvio?
18. Questo è il genere di pagina che metteresti nei Preferiti, condivideresti o suggeriresti agli amici?
19. Questo articolo ha un eccessivo numero di annunci pubblicitari che distraggono o interferiscono con il contenuto principale?
20. Ti aspetteresti di vedere questo articolo in una rivista cartacea, in una enciclopedia o in un libro?
21. Gli articoli sono brevi, inconsistenti o comunque privi di particolari utili?
22. Le pagine sono prodotte con grande cura e attenzione ai dettagli?
23. Ci sono utenti che si lamentano quando vedono le pagine di questo sito?

In breve l’invito di Singhal è quello di focalizzarsi sulla produzione di contenuti di alta qualità, tenendo sempre bene a mente le domande qui sopra.

Neil Patel ha pubblicato qualche mese fa un pezzo dal titolo How Long Should Each Blog Post Be? A Data Driven Answer, che cerca proprio di approfondire il tema della “lunghezza perfetta” di un post, iniziando con lo sfatare 3 miti, che vi riportiamo tradotti:

1: deve essere corto

La prima scuola di pensiero è convinta che un post debba essere il più breve possibile. Una cosa attorno ai 200 caratteri, o rischierà di non essere letto del tutto. Prendiamo ad esempio i post che pubblica Seth Godin – uno dei più grandi marketer viventi – sul suo blog: ce ne sono alcuni più corti di 70 parole. Per Seth Godin, un post deve essere breve. E’ il suo stile, il suo approccio, il suo modo di comunicare, e al suo pubblico piace così. Non tutti, però, sono come lui: la brevità non sempre funziona. Può andare bene per alcuni contenuti, in alcune situazioni, ma non è sempre la miglior soluzione.

2: deve essere lungo

La seconda scuola di pensiero dice che un post deve essere per forza lungo. In molti pensano che i post di maggior successo, che convertono meglio, siano costituiti da migliaia di parole… e in effetti non hanno tutti i torti: Neil Patel, studiando le statistiche dei suoi articoli per capire quali caratteristiche accomunavano quelli finiti fra gli in-depth article, scoprì che quelli più lunghi hanno ricevuto in media più link e apprezzamenti sociali rispetto a quelli più brevi. Anche in questo caso, va però considerato che la lunghezza non è la soluzione unica per tutte le tipologie di messaggio o di contenuto.

3: le persone non leggono i contenuti sul web

Questo terzo mito gira ormai dal lontano 1997, quando Jakob Nielsen pubblicò un articolo dal titolo How Users Read on the Web. In quel pezzo, espose i dati di una ricerca secondo la quale solo il 16% degli utenti legge una pagina web parola per parola, mentre il 79% ne “scansiona” esclusivamente le parti più rilevanti. Ma ciò non significa che le persone non leggono. Significa che tendono a soffermarsi sui titoli (ecco perché importante pensare bene ai titoli), sulle liste puntate o numerate, sulle parole evidenziate, sulle immagini. La formattazione del contenuto è estremamente importante, e va curata nei minimi dettagli.

Non è solo questione di lunghezza

Mio Nonno diceva sempre "né lungo né corto, ma duro che duri” e anche se può sembrare ambigua come frase, questo è il segreto per scrivere un ottimo articolo. Sintetizzando si può riassumere in:

  • Sostanza – Domandati: “Quante parole servono per esprimere bene il concetto che ho in mente?” Se ne bastano 100, usane 100. Se ce ne vogliono 2.000, usane 2.000.
  • Stile – Ci sono stili di scrittura brevi, concisi, che vanno subito al punto. Altri più colloquiali e interattivi, e quindi più prolissi. Lo stile influenza inevitabilmente la lunghezza del contenuto.
  • Frequenza – Ci sono blogger che scrivono solo una volta alla settimana, e quindi i loro post sono solitamente molto lunghi. Altri preferiscono postare tutti i giorni, o anche più volte al giorno: in questo caso i contenuti sono normalmente più stringati. Dipende quindi anche molto dal tempo e dalle risorse a disposizione.
  • Formattazione – Il modo in cui un articolo viene formattato impatta enormemente sulla sua leggibilità. Come accennato sopra, è bene dividere il pezzo in più blocchi, usare bene i paragrafi, gli elenchi e le immagini, per favorire la scansione oculare e quindi la leggibilità.
  • Finalità – L’obiettivo di un contenuto è solitamente quello di portare conversioni, ma all’interno di questo “macro-obiettivo” ce ne possono essere altri. Ad esempio, aumentare la brand awareness, creare engagement sui social, portare nuovi iscritti alla mailing list, fare formazione o migliorare la SEO. Ogni obiettivo richiede contenuti di lunghezza differente.
  • Pubblico – Ogni pubblico è diverso. Devi conoscere bisogni, interessi, passioni e problemi della tua audience, e creare il contenuto della lunghezza giusta per loro.
  • Strumento – Contenuto non significa solo parole scritte. Puoi usare infografiche, o video, che non richiedono di essere “accompagnate” da testi eccessivamente lunghi.

Concludendo

La saggezza popolare, anche dove appare distante nel tempo e nel contesto, risulta sempre un ottimo consiglio da seguire in ogni circostanza... la prossima volta parleremo del detto "Troppi galli a cantar e non fa mai giorno"

Pubblicato in SEO

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